Conflitto di lealtà nella separazione: “Mi sento in trappola”

conflitto di lealtà

Il fenomeno del conflitto di lealtà può caratterizzare l’esperienza di un figlio posto in una situazione di conflittualità genitoriale. Come è noto, la separazione o il divorzio di una coppia di genitori produce delle conseguenze a cascata sulla coppia stessa e sulle figure che gravitano attorno ad essa, i figli in primis. È importante non demonizzare l’atto di separarsi in assoluto, ma è altrettanto utile analizzare gli effetti che potrebbero verificarsi in seguito ad esso.

Definizione di lealtà

Il concetto di lealtà è stato introdotto nell’ambito della psicoterapia familiare da Ivan Boszormenyi-Nagy, psichiatra di origine ungherese. Questo termine viene da lui impiegato per indicare il legame profondo che unisce i membri di una stessa famiglia, legame che trascende ogni loro conflitto. La lealtà viene intesa come una forza regolatrice dei sistemi. Può derivare sia da un rapporto biologico di parentela sia dalle aspettative di reciprocità che si instaurano in una relazione. Nel caso della filiazione, il discorso diviene più complesso. L’autore precisa che il bambino a priori sente un dovere etico di lealtà esistenziale verso i suoi genitori, al quale cercherà di adempiere. Nonostante ciò, il figlio non sarà mai in grado di rendere quello che ha ricevuto da essi (Anglada & Meynckens-Fourez, 2016).

Come si instaura il conflitto di lealtà

Quando un genitore attacca, aggredisce verbalmente, denigra sistematicamente il suo partner mette il figlio in una posizione relazionale impossibile da gestire. Il fatto che quest’ultimo sia legato affettivamente ai suoi due genitori lo porta a voler sostenere l’uno e l’altro. Tentando di rimanere neutro, di custodire il silenzio, di non manifestare alcuna reazione il bambino vive inevitabilmente prima o poi un sentimento di tradimento verso uno o/e l’altro dei suoi genitori (de Becker, 2010). La neutralità lo conduce ad entrare in un “gioco” di inganno e a nascondere quante più informazioni possibili, con il rischio di perdere la propria identità. Nei casi di conflitto di lealtà che si manifestano nei contesti di violenza coniugale, il bambino e le sue parole vengono regolarmente strumentalizzati da uno o l’altro genitore. Con il tempo, molti bambini optano per difendere un genitore con più o meno aggressività verso l’altro. È come se fossero intrappolati in un automatico aut aut, in cui il fatto di concordare con un caregiver escluda per principio l’eventuale accordo con l’altro.

Incontriamo questa posizione unilaterale soprattutto nel caso in cui un genitore manipoli e suggestioni abilmente il figlio o quando si instaura un meccanismo di parentificazione. Il bambino protegge allora il genitore vissuto come più vulnerabile.

Cosa accade nel mondo interiore del bambino

L’espressione della sofferenza e delle difficoltà varia da un bambino all’altro e dipende da molteplici fattori come l’età, la personalità e il contesto familiare. Questo fenomeno può produrre nel minore un senso di insicurezza, oltre ad angosce che si possono esprimere sotto differenti forme. Si parla di crisi di angoscia, agitazione, difficoltà di concentrazione, con conseguenti problematiche a livello scolastico, o paura dell’abbandono (potenzialmente esteriorizzabile attraverso disturbi del sonno). A tutto ciò si può aggiungere un sentimento di colpa in quanto, assistendo alla separazione dei genitori, il bambino può pensare di esserne la causa (Anglada & Meynckens-Fourez, 2016).

E a livello corporeo?

Queste situazioni possono indurre, inoltre, uno stato di stress nel bambino. Con il tempo, se i conflitti persistono, la secrezione di cortisolo tende ad esaurirsi, ma non è accompagnata da una diminuzione dell’adrenalina. La tensione perdura e il bambino può manifestare un certo grado di aggressività (de Becker, 2010). Il corpo, quindi, esprime ciò che il bambino non può dire né elaborare. Si possono osservare somatizzazioni, agitazione reazionale e perturbazioni di diversi sistemi (cutaneo, respiratorio, digestivo, etc.). Inoltre, l’angoscia alimenta il senso di colpa del piccolo che presenta una propensione ad auto-svalutarsi. Sommerso da tensioni connesse all’incomprensione della situazione, il bambino indirizza la sua aggressività verso uno dei genitori, la sposta verso un oggetto sostituto (un animale per esempio) o la rivolge su se stesso. Può mettere in atto diversi meccanismi difensivi e corre il rischio di tagliarsi fuori dal mondo, aggredendo la propria pulsione di vita (de Becker, 2010).

Quali meccanismi agiscono

Il figlio non può né dare né ricevere da un genitore senza sentirsi sleale verso l’altro e soprattutto senza temere di demolirlo. Il conflitto di lealtà così inteso rende ogni atto di ricevere inaccettabile e ogni debito impagabile (de Becker, 2010). Il piccolo si trova così posto in una situazione dove non può soddisfare le finalità familiari se non a scapito dei suoi bisogni individuali. A questo titolo, il sintomo rappresenta il compromesso che gli permette di uscire da questa incompatibilità tra le pressioni del contesto e le sue necessità.

Con il tempo, viene indotta nel bambino l’idea che amare un genitore escluda l’amore per l’altro. La scissione è un meccanismo di difesa che porta il bambino a separare il mondo in due opposti, in una prospettiva manichea (de Becker, 2010). Altri meccanismi di difesa che potenzialmente possono instaurarsi nel bambino sono l’identificazione con l’aggressore o il genitore vittima, che possono lasciare delle tracce importanti in età adulta.

Nei casi più gravi, infine, come può essere quello dell’alienazione parentale, uno dei due genitori è incapace di accettare che il figlio abbia bisogno dell’altro genitore e può succedere che il piccolo venga istigato contro l’altro caregiver. Affronteremo la trattazione di questo tema in un prossimo articolo.

 

Anna Graefer

Dott.ssa in Scienze e tecniche psicologiche

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