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“O per sempre o niente”. La crisi familiare e la rinuncia a separarsi per motivi religiosi.

crisi familiare e religione

Quanto essere cattolici (o religiosi) influenza la sorte del proprio matrimonio ? Quante volte una coppia rinuncia alla separazione e a gestire la crisi familiare per rispettare il proprio credo ? Soprattutto quando a parlarne è il Papa.

«Chi ama veramente ha il desiderio e il coraggio di dire “per sempre”. Non come alcuni dicono: “finché dura l’amore”. No: per sempre! Altrimenti è meglio che non ti sposi. O per sempre o niente».

Sono le dichiarazioni di Papa Francesco rivolte ai coniugi della comunità cristiana, qualche settimana fa, celebrando i nuovi matrimoni in Piazza San Pietro. Dichiarazioni che hanno inevitabilmente riaperto il dibattito su come vengono viste le coppie che vivono una crisi familiare, la separazione o il divorzio dalla Chiesa cattolica e dai vari credo religiosi.

Il matrimonio è un vincolo giuridico, ma prima ancora, morale. Del resto, questo è lo spirito che continua ad animare tutta la sua disciplina, basta leggere il codice civile. E come vincolo morale, deve durare per sempre. O almeno, dovrebbe. Perché poi, di mezzo, c’è la realtà: la crisi della famiglia.

Ed è qui che il ruolo degli operatori chiamati a gestire la crisi della famiglia si complica,

in primo luogo, quello dei mediatori, che oggi rappresentano un porto importante per le coppie che si trovano ad attraversare un cambiamento significativo della propria vita che coinvolge molte sfere contemporaneamente: quella psicologica, sociale e morale. Il loro compito non è solo quello di aiutare le parti raggiungere un accordo sugli aspetti patrimoniali e non, sull’educazione e la cura dei figli, ma è anche quello, delicatissimo, di aiutare la coppia genitoriale in sofferenza a ritrovare un equilibrio perso, oppure uno nuovo.

Le coppie con un forte credo religioso spesso sono attanagliate dai sensi di colpa e fanno fatica ad accettare di dover gestire in primis la crisi coniugale e poi la separazione. Probabilmente la coppia avrà bisogno di tempo per accettare la separazione ed elaborarne il lutto. E’ importante che il mediatore accolga il dolore, la frustrazione e i sensi di colpa delle parti e le faccia sentire capite e ascoltate.

E’ molto importante, se non necessario, che i genitori restino in ascolto dei figli, nonostante il momento di crisi che stanno attraversando e monitorino con attenzione le loro opinioni, i loro dissensi, le loro emozioni, le loro incertezze, da tutto prima di arrivare davanti alla scrivania del giudice.

Mediatori e avvocati possono lavorare insieme ponendo particolare attenzione a non sottovalutare o sfruttare il complesso di paure, rabbia e condizionamenti esterni a cui è sottoposto il coniuge in separazione o divorzio, soprattutto quello in posizione più debole.

Ciò che si deve perseguire è la serenità di tutti i componenti della famiglia, ciò che si deve evitare è l’abbandono educativo ed economico. 

E’ il primo obiettivo di tutti gli operatori giuridici del settore familiare, ma soprattutto della società e delle istituzioni. Ecco perché mediatori, avvocati e giudici devono essere formati a tenere in considerazione un complesso molto eterogeneo di fattori interni ed esterni che possono frenare il nucleo in difficoltà nel raggiungere l’obiettivo più importante: uscire dal silenzio e non vivere la crisi familiare con vergogna, sensi di colpa o ancora un “campo di battaglia”.

La verità è che ancora troppo spesso, nella nostra società, la famiglia in crisi viene giudicata e vista come simbolo di “anormalità”, le viene ancora attribuito una sorta di stigma.

Il risultato è che spesso i nuclei in difficoltà rinuncino a ricorrere all’aiuto degli operatori, considerandolo un intervento troppo impegnativo, costoso e ancora più doloroso.

E’ necessario che anche gli esponenti della comunità religiosa, così come tutte le forze sociali, sensibilizzino le famiglie sulla prevenzione del disagio e che facciano la loro irrinunciabile parte in una società in costante evoluzione. Un matrimonio è per sempre, ma attenti a non trasformare il “per sempre” in una gabbia senza via d’uscita.

                                                                                                  Matilde Mazzeo

                                                                         dott.ssa in Giurisprudenza

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